Sergio Rotino si contraddistingue nel saper prestare la penna alla situazione più consona rispetto alle sue esigenze, una qualità di pochi. Possiamo trovarlo impegnato in capo editoriale, giornalistico, come organizzatore di eventi culturali, possiamo scoprirlo narratore o ancora poeta. È proprio in questa veste che abbiamo voluto fargli qualche domanda. Rotino ha pubblicato il suo ultimo libro di poesie per Seri Editore nel gennaio 2021.

Salve Sergio, la nostra chiacchierata di oggi verterà sulla poesia, quindi necessariamente ci muoveremo su di un terreno che richiede in qualche modo una fedeltà alla vita, a ciò che si prova. Siamo d’accordo?

Sergio:

Se intendiamo “fedeltà alla vita” come esperienzialità, certamente. In questa ottica, è qualcosa che vale per ogni forma d’arte, così come per ogni forma di lavoro. Nel caso della poesia non vi è produzione di senso nel momento in cui non vi appoggiamo una dose, pure minima, di esperienza, di vita e di vissuto. Con ciò non voglio assolutamente dire che lo scrivere, nel nostro caso lo scrivere poesie, dipenda dall’autobiografia. Esso dipende dai contatti positivi o negativi che abbiamo con l’umanità, è indubbio. Però molto vien fuori da quello che ci rimane attaccato alla pelle e alle sinapsi attraverso quanto viviamo: letture, visioni, spostamenti. Quindi queste esperienze sono la “fedeltà alla vita”, in quanto carburante che permette alla macchina-poesia di poter accendersi e mettersi in cammino.

So di te che nella tua vita pubblica la cultura e la scrittura hanno un ruolo predominante, la poesia che ruolo ha?

Sergio:

Un ruolo centrale. Diciamo che leggere e produrre poesia vanno di pari passo. Il lavorare alla creazione, alla modifica, all’assemblaggio di sillogi di altri, si colloca nella stessa officina in cui mi occupo dei miei testi.

A parte questo, o forse proprio per questo, continuo a tenere corsi di scrittura poetica, dove non insegno a “scrivere” poesia, bensì a lavorare sulla parola affinché da essa scaturiscano immagini, concetti il meno usurati possibile. Motivo per cui da anni applico durante i corsi e i seminari sia la pratica dei giochi afferenti alla ludolinguistica, sia le forme principali della poesia, sia materiali parapoetici come le canzoni o altro ancora – abbinati fra loro oppure presi e sviluppati come elementi singoli.

Nella prefazione del tuo ultimo libro, Narrazioni, Giusi Drago mette in luce la tua tendenza verso il “nero” in dialettica con il “vero” nella scrittura, te la sentiresti di spiegare con alcune parole cosa rappresentano nella tua vita?

Sergio:

Il “vero” è quanto vogliamo raggiungere, ma che è impossibile da raggiungere nella sua completezza. Anzi, raggiungerlo è spesso deleterio se non mortale.

Il “nero” è il caos della vita, l’eterna indecisione, l’eterno non avere una conoscenza che ci consenta di diradare tutti i dubbi così da arrivare alla verità e alla luce, però in modo che permetta di non morirne.

E se ti chiedessi qualcosa a proposito del “bianco”?

Sergio:

Ah, il bianco è il colore della morte. Lo sapeva benissimo Herman Melville quando crea il demone Moby Dick, la balena bianca. Lo sapeva anche Cormac McCarthy quando da forma a un altro demone, totalmente glabro, lattescente, qual è la figura del Giudice in Sentieri selvaggi.

Le tue poesie sembrano fluire dal centro del tuo ombelico, si percepiscono quasi le viscere, considerando il loro andamento nel verso, le parole utilizzate, le situazioni… in che periodo hai scritto Narrazioni?

Sergio:

Magari fluissero dall’ombelico, sarebbero tutte di pancia, sarebbero una ruggente forma di poesia istintuale. Invece, di istintuale c’è poco. Le viscere vengono fuori perché prima c’è molto pensiero, molta elaborazione. Non sto parlando però di progettualità nel senso pragmatico del termine. I miei testi crescono e si sviluppano in orizzontale con la voglia di uscire fuori dal limite della pagina per dichiarare il flusso dei pensieri, a volte la loro “rabbiosità”. Cerco oltretutto di lavorare sullo scarto, sull’errore che produce il mettere su carta la parola, quel verbo che ti esce declinato in maniera errata e ti porta altrove, quella parola che in un lapsus calami cambia una lettera e apre nuovi orizzonti. Il caso è per me molto importante. È la parte non guidata né premeditata, ma cercata, di ogni testo. È un po’ la filosofia che sta dietro la glitch music.

Per venire al “periodo”, i testi che compongono Narrazioni sono il frutto di circa venti anni di produzione, sedimentazione, rielaborazione.

Nella sezione Distanze, soprattutto nella prima poesia, come è anche evidenziato nella prefazione da Giusi Drago, tu metti in evidenza l’esito accecante della luce, come se da una eccessiva vicinanza, in quel caso del sole, ne scaturisse inevitabilmente un esito negativo, bruciante… credi che questo esito negativo possa essere nella tua poesia la fonte stessa della poesia?

Sergio:

La luce rappresenta in massima parte il “vero” di cui dicevamo prima. L’eccessiva vicinanza alla luce può avere sì un esito negativo. Direi che anzi è probabilissimo porti a un esito negativo.

Viviamo nel caos, vogliamo la luce. Ma se essa non arriva gradualmente, il nostro sguardo (la nostra mente) non riesce a sostenerla. Veniamo così accecati, torniamo nel caos ma a un grado più elevato, complesso e, a questo punto, totale.

Per concludere, ti chiederei: quali indicazioni daresti ad un giovane poeta, per inseguire la poesia?

Sergio: 

Leggerne molta, di poesia, anche quella che detesta (anzi, soprattutto quella che detesta) ideologicamente e stilisticamente. Lasciar perdere l’educazione universitaria alle lettere, buona per essere insegnata ma non per creare poesia che, qui sì, abbia sangue e viscere. Lasciar perdere anche quanto ho consigliato con questa risposta.

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