Nessun vocabolo è poetico di per sé. Fare poesia significa creare accostamenti fra termini che determinino un equilibrio instabile fra soggetto e verbo, verbo e complemento. Che ogni parte del discorso si leghi con ciò che le è contiguo in maniera originale. Ogni parola dovrebbe esplorare in parte il campo di senso di ciò che precede e segue. Dico in parte perché un sintagma poetico poco riuscito può essere di due tipi. O scontato o astruso. Per scontati intendo quegli accostamenti i cui elementi hanno troppo campo semantico comune: «Il sole brilla nel cielo» o «L’abisso nero più profondo» non sono poetici non tanto (non solo) perché già sentiti, in una certa maniera usurati, ma perché disegnano campi di senso non originali, prosastici. L’ambito del senso, da qualcuno detto “poesia per occhio”, è quello che riguarda le parole nel loro significato. Pur se può sembrare un ambito poco interessante, la bellezza di un’immagine é generalmente tutta qui: nel saper creare accostamenti che producano un nuovo campo di senso, in un certo senso, intersecando aree che hanno in comune poco, ma non niente. Quel “niente” riguarda il secondo ambito di impoeticitá per occhio: costruzioni troppo astruse che fanno deragliare la frase generando immagini non figurabili nel lettore. Questo, seppur a mio avviso sia un punto di partenza più alto della banalità, in quanto testimonia comunque uno “sforzo” dell’immaginazione in chi scrive, è comunque poco efficace.

La bellezza di un’immagine é generalmente tutta qui: nel saper creare accostamenti che producano un nuovo campo di senso, […] intersecando aree che hanno in comune poco, ma non niente.

Il concetto di “immagine”, sul quale cose eccellenti, acutissime, sono state scritte da Mario Luzi (non servo ovviamente io a dirlo), è vasto e problematico.

Ma, manco a dirlo, un’altra fetta importantissima della poesia è costituita da quel che concerne il significante delle parole. In altre parole, come la costruzione linguistica “suona”. Anni fa, il primo poeta che veramente mi fece rendere conto di questa cosa fu Vittorio Sereni. Sembrava che le sue frasi, oltre ad essere magnifiche da un “punto di vista”, lo fossero anche da un “punto di udito”. Pur se il volumone che leggevo non era mio, non resistetti e segnai in maniera diversa la consecuzione delle vocali sulla pagina. Mi accorsi che Sereni, come ogni poeta abile nell’uso della lingua, giocava coi suoni e, dotato com’era di un vocabolario sterminato, riusciva a mettere in italiano un pensiero che in qualche modo molceva il mio orecchio. Sembrava le parole avessero un colore.

Ogni parola dovrebbe esplorare in parte il campo di senso di ciò che precede e segue.

Gli ambiti di occhio e orecchio ovviamente trovano anche intersezioni. Il concetto di fonosimbolismo è una di queste. Pascoli, è risaputo, ne fu un maestro. Come lui altri, seppur pochi.

Una cosa che mi chiedo spesso è se la “tensione” di un testo, magari di un poemetto, sia più ascrivibile alla categoria dell’occhio o dell’orecchio. Credo la prima: d’altronde non è raro trovare testi lunghi che suonino bene da cima a fondo, ma è, in maniera direttamente proporzionale alla lunghezza stessa, difficile che qualcuno produca un testo dove i significati si inarchino in maniera originale fra loro, senza mai essere scontati o sconfinare nel nonsense.

Lorenzo Fava

Lorenzo Fava

Nato ad Ancona, vive a Macerata dove studia Lettere e collabora con Il Resto del Carlino. Suoi testi in versi sono apparsi su alcuni siti: Poetarum silva, Inverso, Critica Impura, Poesia ultracontemporanea, Nuova ciminiera, Carteggi letterari, Arcipelago Itaca Blo-mag. Ha due libri editi: Licenza di uccidere (Cinquemarzo, 2017), Lei siete voi (Lietocolle, 2017).

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