Ammiro, nei poeti che scrivono prosa – e che attenti, non per forza sono narratori – la capacità linguistica di uscire e rientrare in una forma di espressione ogni qual volta lo desiderano. Proprio come acqua versata da una brocca ad un bicchiere, questi sono capaci di mutare l’aspetto della loro lingua a seconda del messaggio da veicolare attraverso le parole.

Concepisco la poesia in primis come il territorio dove inventare nuove soluzioni linguistiche. Rischio di dire l’ovvio, ma cosa sono, in fondo, le figure retoriche di significato? Nel mio piccolo penso non siano moltissimi i poeti in grado di rimodulare il proprio dettato per acquisire un tono più piano, da racconto, diluire la densità del linguaggio per rendere i significati più transitivi e i complementi in qualche maniera più vicini (credo ci sia una soglia, più meno netta, entro la quale un’espressione, un sintagma, possa o non possa considerarsi poetico).

Ammiro il saper adattare la propria voce, il proprio pensiero condensato nello scritto sia ad un canto che ad un parlato, raccontato

Dicevo: stimo molto chi invece riesce. Credo che molti poeti abbiano provato a confrontarsi con la sfida del poemetto, nel cui testo la tensione da mantenere è perlopiù metrica e musicale, non di significato, potendosi instaurare in un testo più lungo dinamiche anche di tipo narrativo senza che il testo perda incisività o ne risulti in qualche modo diluito, cosa che invece può – e forse deve – accadere nelle narrazioni. In sostanza, credo la scrittura sia una, una e una sola, e che nei versi ci siano necessariamente degli elementi indispensabili (metrica, immagini, rime) di cui la prosa debba privarsi, affinchè coloro che ricevono non debbano  incorrere nella difficoltà eccessiva di districarsi nella lingua di chi parla o scrive.

Concepisco la poesia in primis come il territorio dove inventare nuove soluzioni linguistiche

Una cosa particolare sono le cosiddette prose liriche che, a differenza delle narrazioni pure, possono conservare uno o più elementi di cui sopra ho fatto cenno. Ecco perché ammiro i poeti prosatori, e nel particolare i narratori. Ammiro il saper adattare la propria voce, il proprio pensiero condensato nello scritto sia ad un canto che ad un parlato, raccontato. Credo che sia l’argomento a dettare lo stile, e se si ha in testa un argomento che richiede prosa si debba scrivere in prosa, se si ha un argomento che richiede versi si debba scrivere versi. Certo, scrivendo si può dire tutto, ma è pur vero che si tratta della stessa forma, la sovrastruttura, a poter diventare il vero messaggio senza che questo faccia storcere il naso a chi poi si trova a  leggere.

Come acqua versata da una brocca ad un bicchiere, i poeti prosatori sono capaci di mutare l’aspetto della loro lingua a seconda del messaggio da veicolare

In sostanza credo che  le persone che abbraccino la scrittura e riescano a far scorrere il pensiero in una forma ogni volta diversa (stretta e arroventata nella poesia, lunga e luminosa nel racconto) abbiano una marcia in più nella comunicazione.

Lorenzo Fava

Lorenzo Fava

Nato ad Ancona, vive a Macerata dove studia Lettere e collabora con Il Resto del Carlino. Suoi testi in versi sono apparsi su alcuni siti: Poetarum silva, Inverso, Critica Impura, Poesia ultracontemporanea, Nuova ciminiera, Carteggi letterari, Arcipelago Itaca Blo-mag. Ha due libri editi: Licenza di uccidere (Cinquemarzo, 2017), Lei siete voi (Lietocolle, 2017).

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