Nell’immagine: la vista dal Municipio sulla città distrutta dai bombardamenti nel 1945. Deutsche Fotothek‎, CC BY-SA 3.0 DE via Wikimedia Commons (modificata)

Al giorno d’oggi cosa pensereste se qualcuno vi dicesse la parola kaputt? Probabilmente o vi fareste una bella risata, o vi invaderebbe un sottile terrore, questo perché, specie nel gergo comune, si intende con questa parola una morte truculenta, come quella della regina Maria Antonietta, per intenderci. Tuttavia Kaputt è anche il titolo di un libro di Curzio Malaparte, al secolo Kurt Erich Suckert (1898-1957).

Curzio Malaparte era, è e sarà sempre un intellettuale scomodo.

Chi era costui? Sicuramente uno dei tanti scrittori le cui opere non sono state adeguatamente considerate dal mondo letterario in vita e subito dopo la morte, salvo poi subire molte rivalutazioni posteriori. Basti pensare che la sua scoperta da parte mia è stata totalmente casuale (o comunque non affidata a manuali e programmi didattici convenzionali), partendo da una semplice domanda: perché proprio Malaparte? La risposta, pur sembrando scontata, è semplice: per opposizione a Napoleone Bonaparte. Infatti, pur appartenendo a un’altra epoca, il nostro autore si è invischiato nella politica fino al collo: fascista della prima ora, poi antifascista (cosa che lo costrinse al confino nel 1933), infine l’adesione al comunismo e una misteriosa tessera del PCI. Già tutta la questione dello pseudonimo adottato ci dà una cifra dell’irriverenza del personaggio; le vicende politiche invece ci rivelano che Curzio Malaparte era, è e sarà sempre un intellettuale scomodo.

Nei racconti che si dipanano dalle chiacchiere frivole di Malaparte con principi e diplomatici, […] emerge il quadro di un’ Europa apocalittica e ai confini della civiltà.

Ma cos’è questo Kaputt? I pochi manuali che vi fanno cenno lo derubricano frettolosamente come romanzo, ma questa definizione è quantomeno arbitraria e opinabile. Sicuramente il lettore che si aspetta il romanzo storico tradizionale rimarrà deluso, questo perché Kaputt può essere tutto e può essere nulla: un’autobiografia frammentaria, un diario, dei racconti di guerra e molto altro ancora. Una cosa è certa: l’intelaiatura del testo si regge su una mise en abyme che vede Curzio Malaparte ospite delle diplomazie europee, luoghi in cui la guerra sembra qualcosa di ovattato, di lontano; è proprio qui che l’autore fa scattare il capovolgimento che è uno dei perni del romanzo: nei racconti che si dipanano dalle chiacchiere frivole di Malaparte con principi e diplomatici, non privi di momenti crudi e strazianti (come il massacro degli ebrei), emerge il quadro di un’ Europa apocalittica e ai confini della civiltà, dilaniata non solo dalla guerra, ma soprattutto da cinismo e bestialità disumani, insomma: fuori dai salotti diplomatici la guerra c’è davvero, nella sua brutalità nuda e cruda. In risposta a tutto ciò, quello che Malaparte cerca di fare in questo “romanzo improprio” è solidarizzare con le vittime, i kaputt, stando all’etimologia del titolo che assegna alla sua stessa opera:

«Lei conosce l’origine della parola kaputt? È una parola che proviene dall’ebraico koppâroth, che vuol dire vittima. […] Il destino del popolo tedesco è trasformarsi in koppâroth, in vittima, in kaputt. […] Anche lei deve sapere tutti siamo destinati ad essere un giorno koppâroth, vittime, ad essere kaputt […].»

Curzio Malaparte, Kaputt

Nonostante la sua opposizione soprattutto intellettuale ai regimi totalitari, Malaparte in fondo solidarizza anche col popolo tedesco, e lo fa, stando alla sinistra profezia con cui si conclude la citazione (Kaputt viene terminato nel settembre del 1943, a guerra ancora incerta), con un occhio da vero e proprio “vate contemporaneo”, che conosce in anticipo le tragiche sorti della Germania. Il lato tragico e se vogliamo “impegnato” dell’opera non esclude però l’altra faccia della medaglia, la bruciante ironia di Malaparte, che emerge in tutta la sua espressività nell’episodio che immortala il terribile e sanguinario gerarca nazista Heinrich Himmler nudo in una sauna finlandese, frustato dai suoi stessi commilitoni in una sorta di antico rito nordico, come a rivelarne un’intima essenza fatta della stessa debolezza delle vittime da lui perseguitate. In conclusione vi posso assicurare che, se leggerete questo libro vivendolo davvero e ascoltandolo, vi sentirete un po’ kaputt anche voi, e forse anche carnefici…

Massimo Pucetti

Abruzzese classe ’97 trapiantato da cinque anni nelle Marche, studia per conseguire la specialistica in filologia moderna all’Università di Macerata. Tra i suoi principali interessi ci sono Leopardi, D’Annunzio, il Novecento e questioni di lessicologia, lessicografia, italiano regionale e dialetti. Nutre un amore smisurato per le parole in tutte le loro forme.

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